Analisi te-l’avevo-detto di una sconfitta
I repubblicani si sono svegliati ieri mattina con un cerchio alla testa e una sconfitta da elaborare. La mole di dati che arrivano dalle urne precipita in due interpretazioni possibili: la prima dice che Mitt Romney è stato spazzato via da un Obama gravemente mutilato per via di una sfortunata serie di circostanze sfavorevoli, dalla percezione esagerata di un’economia in ripresa alla campagna denigratoria contro lo sfidante-banchiere fino ad arrivare a Sandy e al voto delle minoranze saldamente in mano al presidente. Tutta colpa di una congiuntura disgraziata, insomma. Leggi Il discorso di Barack Obama - Leggi La nazione, e la coalizione giusta di Giuliano Ferrara - Guarda il Concession speech di Mitt Romney
21 AGO 20

New York. I repubblicani si sono svegliati ieri mattina con un cerchio alla testa e una sconfitta da elaborare. La mole di dati che arrivano dalle urne precipita in due interpretazioni possibili: la prima dice che Mitt Romney è stato spazzato via da un Obama gravemente mutilato per via di una sfortunata serie di circostanze sfavorevoli, dalla percezione esagerata di un’economia in ripresa alla campagna denigratoria contro lo sfidante-banchiere fino ad arrivare a Sandy e al voto delle minoranze saldamente in mano al presidente. Tutta colpa di una congiuntura disgraziata, insomma. La seconda parla invece di un’afasia strutturale del Partito repubblicano, un’incapacità di trasformare le idee in un progetto. “Quando succede una volta è soltanto una vittoria, quando succede due volte è una ridefinizione”, scrive il conservatore Ross Douthat sul New York Times, che vede il Partito democratico nella fase del raccolto di una semina ideologica iniziata decenni fa da gente come George McGovern, sfidante democratico sontuosamente sconfitto da Richard Nixon nel 1972. La dinamica politica assomiglia a quella che, a parti rovesciate, ha portato i repubblicani dalla sconfitta di Barry Goldwater nel 1964 all’affermazione di Ronald Reagan e all’età dell’oro repubblicana: ora che i conservatori hanno perso con un presidente democratico indebolito, “l’età di Reagan è ufficialmente finita. E la maggioranza di Obama è l’unica maggioranza che abbiamo”.
Era stato quasi tutto pronosticato da osservatori come Sam Tanenhaus nel suo “The death of conservatism”, profilo ideale dell’agonia del Gop che trova il suo elemento complementare nelle ricognizioni demografiche, che registrano da tempo l’allargamento naturale della base democratica. Letto oggi, “The emerging democratic majority” di Ruy Teixeira è un racconto ante litteram della riconferma obamiana, con le minoranze in ascesa, l’erosione dell’America anglosassone e tutto il resto. Sulla disconnessione del Partito repubblicano dall’elettorato americano David Frum, ex speechwriter di George W. Bush, ha costruito il suo dissenso con l’establishment del partito, e domani pubblica un e-book in cui spiega il motivo della sconfitta di Romney: non è un instant book, ma un testo meditato nel tempo e sfornato per l’occasione. Geoffrey Kabaservice, autore di “Rule and Ruin”, una delle radiografie più approfondite del movimento conservatore e delle sue fratture, dice al Foglio che “la vittoria schiacciante di Obama è la cosa migliore che poteva succedere al Partito repubblicano, premesso che vincere era difficilissimo. Se Romney avesse perso di poco, i repubblicani potrebbero accampare scuse. Romney non è un leader carismatico, ma ha fatto la miglior campagna possibile con gli strumenti che aveva a disposizione, ha superato ampiamente la soglia della credibilità politica, ha raccolto un sacco di soldi e alla fine il dramma repubblicano consiste proprio nel non poter dire che non abbia fatto ciò che era in suo potere”.
Il movimento conservatore, dice Kabaservice, è diventato un “monolite ideologico” che negli anni “ha marginalizzato qualunque corrente moderata che potesse favorire una dialettica interna al partito. Invece di chiedersi come poteva costruire il consenso, l’establishment si è chiesto come poteva essere più ortodosso, esclusivo, e anche l’atteggiamento nei confronti di Obama non ha pagato. Quando il senatore Mitch McConnell all’inizio del primo mandato diceva che Obama sarebbe stato un ‘one term president’ non ha fatto soltanto una previsione sbagliata, ma ha sintetizzato l’agenda di un partito che non è disposto a cambiare, a fare accordi. Obama è stato abile nel rappresentare il Gop come il partito del ‘no’ ma è il partito stesso che gli ha offerto gli elementi sui quali costruire questa rappresentazione”. Per Kabaservice molto della vittoria di Obama va ricercato nell’assenza di una proposta alternativa credibile: “La disoccupazione è alta, la ripresa economica lenta, la politica estera di Obama è insoddisfacente per i liberal, il paese è più povero di quattro anni fa, l’affluenza alle urne è diminuita: in teoria c’erano tutte le condizioni per una grande vittoria repubblicana. Se il partito avrà il coraggio di non cercare i motivi della sconfitta soltanto nel recinto di questa circostanza elettorale, ma accetterà di andare alla radice dell’incapacità di creare consenso, ne potrà venire fuori una riflessione utile. Altrimenti alla sconfitta dovrà farci l’abitudine”.
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Guarda il Concession speech di Mitt Romney
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